
Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto nel 1921, da umile famiglia: padre e nonno erano lavoratori delle zolfatare di Racalmuto, un ambiente quello delle miniere di zolfo che sarà presente in diverse opere di Sciascia: "La paga del sabato", "La Sicilia e il suo cuore," "Le parrocchie di Regalpetra" e nel "Giorno della civetta", dove il contesto delle zolfatare, viene inserito all'interno della commistione mafia-politica. In ognuna di queste opere viene messa lucidamente in evidenza la realtà socio-economica delle zolfatare: rapporto tra uomini e miniera, ma anche tra minatori, sfruttati, e padroni, sfruttatori, la denuncia del lavoro minorile e della morte bianca, elemento base del contratto di lavoro.
Nella zolfara ha le sue radici la storia dello scrittore Sciascia, e ciò è confermato dal fatto che questa realtà permei molte delle opere di Sciascia, e compare sia a livello tematico, come nella novella "La paga del sabato", sia a livello di espressione linguistica, come nell'inizio del "Giorno della civetta": "il bigliettaio bestemmiò: la faccia gli era diventata colore di zolfo, tremava".
Da un punto di vista storico, lo zolfo rappresentò il cambiamento da una società rurale ad una industriale. Tale fenomeno va considerato sia sotto l'aspetto socio-economico che per le sue conseguenze nella mentalità. A causa dell'arretratezza tecnologica dell'isola, lo zolfo non fu generatore di alcun decollo economico: le zolfatare appartenevano per la maggioranza a latifondisti, e l'assenza di una tecnologia valida consentiva un'estrazione molto limitata, motivo per cui le scarse quantità di zolfo estratte venivano immesse sul mercato a prezzi poco competitivi se non addirittura elevati.
La maggioranza delle opere di Sciascia considerano un periodo storico compreso tra gli anni Trenta (crollo del regime fascista) e i Quaranta. Il rapporto che Sciascia ha con il regime è conflittuale: l'avversione che Sciascia ha per il fascismo è come ebbe a dire lui stesso: "innata". Fascismo per Sciascia è "fare ciò che non piace": dall'indossare divise, all'esercizio fisico, alle parate militari giovanili. Tutti aspetti che Sciascia detestava, e che il regime imponeva.
E' in un contesto come quello fascista potrebbero rintracciarsi tanti elementi costitutivi delle opere di Sciascia: la violenza, violenza di regime, comunque oppressiva ed intollerante, come quella mafiosa; il delitto Matteotti, vittima di quella violenza, potrebbe essere l'archetipo dei tanti martiri che costellano le opere sciasciane; ma l'elemento ancora più importante è la scrittura: forse è proprio in una realtà storica come quella fascista che Sciascia intravede il potere della scrittura, che può divenire da strumento di regime, da simbolo di potere, simbolo di rivolta, di denuncia, di fucile che compie giustizia, secondo l'equazione penna = fucile.
Tuttavia prima di arrivare al momento definitivo della scelta di scrivere, è importante analizzare altre esperienze dell'autore, prima fra tutte quella dell'insegnamento elementare, professione, quella del maestro, che lasciò grande insoddisfazione in Sciascia. Scrive infatti nelle "Parrocchie di Regalpetra": "Entro nell'aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro..." Tale insoddisfazione nasce dalla consapevolezza che la scuola, in Sicilia, ma forse nell'intero meridione, è lontana dalla realtà siciliana e meridionale. Essa rappresenta lo Stato, lo Stato oppressore, che riutilizzando le parole di Sonnino appare solo attraverso il carabiniere e l'esattore. Così è anche per il maestro: pure lui una figura oppressiva, o comunque non vista altrimenti, in quanto dipendente dello Stato. Il maestro è lo strumento dell'ingiustizia dello Stato, come il carabiniere, e in questa situazione l'uomo Sciascia appare scisso: da un lato maestro, e quindi strumento di ingiustizia, ma al tempo stesso uomo solidale con chi subisce l'ingiustizia. E Sciascia stesso, si sente un non giusto, proprio perché esponente dello Stato. Lo Stato così considerato è, banalmente, uno Stato non etico, e per questo incapace di attuare un progetto etico, oppositore della coscienza morale dell'individuo.
In una tale condizione, anche esistenziale, poiché tocca da vicino le vicende umane dell'autore, va definito il ruolo della letteratura e dello scrittore. In un primo momento, la scrittura, la lettura di un libro, sono un modo per sentirsi libero, per sentirsi vivo, mentre nel lavoro Sciascia si sentiva morto. In questa prima fase Sciascia scrive per scrivere, ed una possibile lettura potrebbe essere quella che lui cerca la risposta alla domanda: "perché uno decide di scrivere?" Si potrebbe obbiettare che anche come scrittore Sciascia alla fine finisca col non essere libero, non più vivo, ma alienato, in quanto dipendente di case editrici. Ma se si analizza in termini economici, Sciascia, come scrittore può essere definito un "libero professionista", che vende i suoi prodotti a strutture capitalistiche che s'incaricano della distribuzione. Sotto questo aspetto Sciascia viene configurandosi come il tipo di intellettuale meridionale: indifferente per le mode culturali, a cui preferisce il dibattito di idee, tagliente e addottrinato polemista.
Nel 1982 dopo l'assassinio mafioso del prefetto di Palermo, generale Dalla Chiesa, lo scrittore, rifiutatosi di elogiare incondizionatamente la sua azione, viene accusato dal figlio del generale, Nando Dalla Chiesa, di voler "fare il gioco della mafia". Una vicenda analoga si ripeterà nel 1987, quando Sciascia - di fronte alla campagna contro la mafia del sindaco di Palermo Leoluca Orlando e alla promozione a procuratore della repubblica di Marsala di Paolo Borsellino, un giudice del pool antimafia di Palermo preferito a un altro magistrato più anziano che però non aveva mai preso parte a processi contro la mafia -, vorrà suonare un campanello d'allarme in difesa del rispetto rigoroso delle leggi e contro la possibilità che si utilizzi "l'antimafia come strumento di potere", un pò com'era successo in epoca fascista. Sciascia è investito da un uragano di accuse, tutte volte a sottolinearne la "oggettiva" complicità con la mafia: si distinguono in questo coro il Coordinamento antimafia di Palermo e il giornalista Giampaolo Pansa. Lo scrittore replica puntualmente, sottolineando di aver fatto, a proposito di Borsellino, un discorso di metodo procedurale e non di merito (come d'altronde il giudice aveva perfettamente capito).
Nell'anno successivo, l'83, compie un viaggio in Spagna, ricavandone una serie di articoli per il "Corriere della Sera", i migliori dei quali, insieme a splendide foto di Scianna, comporranno il libro "Ore di Spagna", curato nel 1988 da Natale Tedesco. Nello stesso anno viene arrestato, sulla base delle infondate accuse di alcuni camorristi collaboratori di giustizia, il presentatore televisivo Enzo Tortora: Sciascia si dichiara certo della sua innocenza, e presiede un comitato "per la giustizia giusta" che propone la candidatura di Tortora alle elezioni del 1984 per il parlamento europeo (il presentatore sarà eletto nelle liste radicali).
Quattro anni più tardi il problema della giustizia diventa centrale nella riflessione di Sciascia, grazie anche all'attenzione con cui segue l'attività internazionale di Amnesty International. Pubblica.
Due anni dopo, Leonardo si spense a Palermo, nel Novembre 1989.