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Le origini

Il fenomeno mafioso si sviluppò nel sistema economico proprio della Sicilia occidentale, basato sullo sfruttamento del latifondo. Questo sistema, ancora di stampo feudale, era organizzato secondo una struttura a piramide che prevedeva un vertice costituito dal proprietario terriero, un'estesa base di contadini e braccianti che lavoravano direttamente la terra, e un centro composto da una rigogliosa e articolata gerarchia di "vassalli", affittuari e subaffittuari, intermediari ecc., che controllava l'andamento dei lavori, la quantità e la qualità dei raccolti, la riscossione di affitti e gabelle.
Questa sorta di "classe media", già utilizzata dall'aristocrazia siciliana in funzione antiborbonica, venne usata contro la classe bracciantile e contadina allo scopo di preservare i privilegi aristocratici minacciati dalle leggi dello stato unitario tendenti a una riduzione dei latifondi. Sfruttando la diffusa ostilità verso un'autorità statale lontana e ignara della situazione siciliana, la mafia si trasformò, diventando un organismo sostitutivo dell'ordine legale, e intervenne nell'amministrazione della giustizia e nella gestione dell'economia, avviando una serie di attività al limite della legalità (o del tutto illegali) da cui gli affiliati e le loro famiglie traevano sostentamento. Da qui si sviluppò anche la struttura della mafia siciliana - simile per molti aspetti a quella della 'ndrangheta calabrese e della camorra campana -, organizzata per "famiglie" (o "cosche"), autonome e parallele, composte da un numero relativamente basso di componenti e guidate da uno o più capi.
Lo spirito mafioso poggiava su un rigido codice d'onore e sull'omertà; i conflitti, le contese, i reati andavano regolati all'interno della comunità, facendo ricorso alla mediazione, ma anche all'intimidazione e alla violenza. I rapporti con le autorità dello stato venivano condannati e veniva punito soprattutto, anche con la morte, il passaggio di informazioni alla giustizia.
La mafia, seppure sotto diverso nome, compare negli atti giudiziari solo nel 1838, quando il procuratore generale di Trapani, Pietro Ulloa, parla di "unioni e fratellanze, specie di sette" dando un primo quadro agghiacciante delle complicità e delle compiacenze che consentono alla malapianta di crescere: "Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente o che non abbia pensato a tirar profitto dal suo ufficio…"
Sono le "fratellanze che generano la mafia e dettano le prime norme non scritte di un'associazione formata non da "uomini d'onore" perché di questo ancora non si discute ma da "uomini di parola", con una distinzione fin troppo sottile perché semmai prevale qui l'assonanza fra "onore" e "parola".

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E' il tempo delle "bonànche" come venivano chiamati gli uomini con la giacca e, quindi, di "rispetto", comunque distinti da picciotti e contadini.
Si calcola che più di ventimila picciotti seguirono Garibaldi con l'obiettivo di risalire lungo la penisola ma, quando ormai le truppe borboniche sembravano vinte, il regio esercito piemontese bloccò le camicie rosse, rispedendo a casa i volontari posti così d'un colpo davanti alla grande delusione di chi aveva sperato almeno in una vantaggiosa distribuzione delle terre. E invece, soppresse le corporazioni religiose con alcune leggi approvate dal 1862 al 1866, i 190 mila ettari di terreno delle proprietà ecclesiali finirono nelle mani di grossi affittuari e proprietari che se li accaparrarono a prezzi irrisori.
Nasce così "l'opposizione mafiosa", di bande che si riorganizzano sul modello delle "fratellanze" ma scontrandosi anche con i potenti agrario - mafiosi pronti a un riassetto tutto interno al potere. Al centro ci sono i baroni, gli agrari insidiati nei loro interessi e altri gruppi malavitosi che infestano paesi e campagne.
E questo lo scenario in cui l'Italia Unita registra la prima misteriosa strage, che la letteratura racconterà come la notte dei pugnalatori di Palermo con sconosciuti che, sbucando dai vicoli bui, uccisero e ferirono a colpi di pugnale bottegai, cocchieri, passanti, barcaioli e soldati, alcuni dei quali assaliti al grido: "Vuatri siti di lu partitu" (voi siete del partito)".
Era il primo ottobre 1862. E dalla Sicilia arrivavano la prima strage e il primo pentito.
Quella notte, infatti, per puro caso fu arrestato uno dei feritori che al processo parlò accusando i suoi mandanti. Ma furono i parenti del pentito a giurare sulla sua pazzia e le accuse svanirono.
La mafia e i suoi tentacoli stesi attorno al potere cominciavano a imporsi sulla storia.

 

 

Le origini: Cosa Nostra

 


Le disperate condizioni economiche costringono molti meridionali a un esodo che coinvolge 360 mila persone nel decennio fra il 1872 e il 1882. La Sicilia è la più colpita dal fenomeno e partecipa più di altre regioni, soprattutto per quanto riguarda l'emigrazione in USA.
Dalle navi si sbarca dopo faticosissime e snervanti traversate concluse con interminabili code sulle banchine per guadagnare l'ingresso in un mondo ostile dove si arriva con valigie di cartone piene di ricordi.
La ricerca di un alloggio, un'occupazione per i nuovi arrivati passa necessariamente attraverso le conoscenze di quanti si sono già insediati nei quartieri popolati dagli emigranti.
Si formano gruppi ristretti pronti a far scattare una solidarietà che, per certi versi, ripropone la fratellanza di vecchie sette con un richiamo all'onore e alla parola. Siamo ai primi embrioni di Cosa Nostra.
C'è anche chi si inserisce nel contesto e si rafforza preparando la lotta di penetrazione per ogni traffico, dalla prostituzione alla droga, dalle estorsioni al contrabbando, pronti alla grande occasione del proibizionismo che sancirà il passaggio dalle origini rurali al gangsterismo.

 

Mafia e fascismo

 


Il brigantaggio e la mafia, i sequestri di persona, gli omicidi compiuti a ritmo ossessionante fanno intanto della Sicilia una terra in cui la dittatura fascista decide di avviare una feroce repressione. Mussolini può farlo perché la dittatura governa senza voti. Ma anche lui si fermerà promuovendo e trasferendo il prefetto Cesare Mori, inviato in Sicilia nel 1924 con pieni poteri.
I metodi di Mori sono sbrigativi ma efficaci, sicuramente discutibili, e il prefetto ripulisce città paesi e campagne. Assedia interi centri abitati, stana i capimafia bloccando gli acquedotti, assetando la popolazione come accadde a Gangi. E Mussolini nel '27 rinnova la fiducia a Mori che appena due anni dopo, viene messo a riposo con un secco telegramma, senza avviso.
La liberazione dell'Italia dal fascismo, lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio 1943 e l'immediata nomina di alcuni capimafia a sindaci dei loro paesi sono il frutto di un'intesa raggiunta da Cosa Nostra con le autorità americane e avviata tre anni prima con un vertice dei boss in riva al fiume Hudson, nel New Jersey.
La notte fra il 9 e 10 luglio 1943 gli Alleati trovarono così la strada spianata e le truppe anglo-americane poterono avanzare senza esplodere un colpo anche perché i mafiosi li precedevano scoraggiando eventuali resistenze, invitando soldati e fascisti a deporre le armi che finirono nelle loro mani.

Il 1944 è l'anno dei separatisti. E la mafia che aveva servito gli americani divenne separatista appoggiando gli agrari e soffocando il banditismo a eccezione del clan di Salvatore Giuliano.
Il primo patto in questa direzione fu sancito fra "don" Calogero Vizzini e l'ispettore generale di polizia, Messana. La collaborazione segreta tra forze dell'ordine e una parte della mafia, con l'uso e la protezione di confidenti e informatori, consentì la cattura di Giuliano o meglio l'omicidio del bandito con la messa in scena di un'inesistente sparatoria.
E la mafia compì un altro "servizio": prima Giuliano fu ucciso nel sonno dal fidatissimo picciotto e cugino Gaspare Pisciotta, poi il cadavere fu ridotto dai mitra dei carabinieri a un colabrodo.
Ma il massacro che atterrisce il Paese è quello di Portella della Ginestra, una collina a due passi da Palermo dove la banda Giuliano sparò colpi di mitraglia contro i contadini in festa per il primo maggio.

Il dopoguerra


Erano stati anni di imboscate e attentati. La Sicilia faceva paura. I separatisti costituivano una forza eversiva che rischiava di frantumare il disegno unitario della nuova Repubblica nata anche dalla Resistenza.
Anche per soffocare questa spinta era stato concesso nel 1946, all'isola, uno Statuto autonomistico poi recepito dalla Costituzione italiana. Era tempo di elezioni e uomini di ogni partito cercavano voti dappertutto. Anche fra gli amici di Giuliano che si sentì poi "tradito", pronto a vendicarsi con la lupara e con le parole. Giuliano era diventato davvero pericoloso per il potere mentre i siciliani eleggevano la loro Assemblea Regionale che si riunì per la prima volta al Palazzo dei Normanni il 25 maggio 1947. Sui banchi di sinistra, Blocco del Popolo e repubblicani. Al centro, democristiani e separatisti. A destra, monarchici e liberali. Tutti giurarono di esercitare il mandato "al solo scopo del bene inseparabile dello Stato e della Regione siciliana". L'Autonomia sbriciolò l'indipendentismo e la mafia che era stata liberale con i liberali, separatista con i separatisti si avvicinava spedita al nuovo potere, insinuandosi soprattutto all'interno della Democrazia cristiana.
Si era a meno di un mese dalla strage di Portella, "buco nero" di una storia in cui spiccano due clamorosi sviluppi legati alle parole e al destino di Gaspare Pisciotta, il luogotenente di Giuliano. Al processo di Viterbo gridò la sua verità: "Siamo un corpo solo banditi, mafia e polizia! Come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo!". All'Ucciardone, poi, decise di rivelare ogni cosa e chiese di parlare con il procuratore della Repubblica ma si presentò un giovane sostituto, Pietro Scaglione, che ascoltò e promise di tornare qualche giorno dopo con un cancelliere per verbalizzare tutto. Invece qualche giorno prima arrivò la morte con un caffè alla stricnina e Pisciotta tacque. Cosi la strage restò senza mandanti, secondo il copione di una strategia della tensione riproposta nel dopoguerra. Pisciotta muore il 9 febbraio 1954 e il giorno dopo a Roma viene conferito l'incarico di formare il nuovo governo al siciliano distintosi come ministro degli Interni, Mario Scelta. Cinque mesi dopo, don Calò Vizzini si spegne per vecchiaia a Villalba dove un imponente corteo con capimafia e picciotti giunti da ogni parte della Sicilia si snoda fra le vie di questa capitale della mafia fino alla Chiesa Madre avvolta da un largo drappo nero e da un epitaffio a grandi caratteri: "Sagace, dinamico, mai stanco, diede benessere agli operai della terra e delle zolfare operando sempre il bene e si fece un nome assai apprezzato in Italia e fuori […] ed oggi con la pace di Cristo ricomposto nella maestà della morte da tutti gli amici, dagli stessi avversari, riceve l'attestato più bello, fu un galantuomo".
Le complicità e le compiacenze fra mafia e potere sono spesso evidenti. I padrini sono talvolta riveriti e ossequiati dai potenti. E fra i protagonisti dello scambio non mancano.nomi di prima grandezza come lo stesso Vittorio Emanuele Orlando che con una letterina ringrazia un suo capoelettore, il mafioso Francesco Coppola per un fusto di vino eccellente ricevuto in segno di devozione. Poca cosa, forse, ma indica un quadro di rapporti che la commissione antimafia esaminerà molti anni dopo scoprendo come, per esempio, un discepolo di Orlando, l'onorevole Gaetano Palazzolo, scrivesse a Frank Coppola in questi j termini: "Caro don Ciccio, se ci mettiamo d'accordo per fare eleggere un deputato amico e amico degli amici, siamo sicuri di mandarcelo".

Gli ultimi anni: mafia e politica

Più si va avanti, più si parla di complicità e compiacenze tra mafia e potere. In coda a un lungo elogio dattiloscritto seguono le firme di settemila personaggi fra i quali uomini politici, religiosi, avvocati. commercianti e banchieri. Il legale fa anche sapere di avere in tasca i telegrammi di un ministro e di trentasei deputati democristiani che ringraziavano il padrino per i voti ricevuti durante le elezioni.
La mafia, appena scalfita da processi e provvedimenti di polizia, lancia in pista i suoi uomini destinati a far carriera anche in politica. E' il caso di Vito Ciancimino, il figlio del barbiere di Corleone. Il comune di Palermo è l'obiettivo di Ciancimino che mette le mani sulla città negli anni Sessanta stringendola in una morsa che diverrà ancora più ferrea negli anni Settanta. Ma di lui i giudici si occuperanno sul serio solo nel 1983. E la prima vera condanna per mafia, con una pena di dieci anni di reclusione in primo grado, arriverà solo in un terribile venerdì, il 17 gennaio 1992.
II verdetto è inequivocabile nel richiamo all'articolo 416 bis, al reato di associazione mafiosa introdotto nel codice penale subito dopo l'agguato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
La politica è la nuova frontiera scoperta dalle cosche siciliane, con tutta probabilità anche per le influenze dei cugini d'oltreoceano che importano in Italia il pragmatismo e la spregiudicatezza di un'organizzazione che, con il controllo del sindacato, ha provato a condizionare negli Usa settori economici e politici.
Il modello americano di Cosa Nostra ribalta totalmente quello siciliano tutto proiettato sulle campagne. Fra i nuovi business primeggia il contrabbando di sigarette, primo banco di prova per l'allestimento di una rete che negli anni Settanta sarà riconvertita per il traffico di droga. Due settori di investimento particolarmente sviluppati negli Usa sono prostituzione e gioco. Il controllo dei grandi casinò consente guadagni ingenti. E sul gioco clandestino si sintonizza anche la mafia siciliana che, però, nell'isola punta soprattutto allo sviluppo edilizio controllando alcune imprese, imponendo tangenti ai costruttori, provvedendo a piazzare capicantiere e guardiani. Ai rampolli dei vecchi patriarchi si affiancano così gli esponenti di una mafia cresciuta sui nuovi business. a cominciare dal contrabbando.
Si parla di due modi di intendere il crimine. E scattano frizioni destinate a tradursi in agguati, delitti, stragi con una netta contrapposizione fra vecchi e nuovi mafiosi per il controllo del contrabbando, del mercato ortofrutticolo, del mercato ittico e delle aree edificabili. Soprattutto per quest'ultimo ramo di interesse risultava indispensabile il collegamento con il mondo politico.
Si trattava di mettere le mani sulla città e Palermo fu la preda di un famelico gruppo di potere che s'impossessò del Comune per oltre vent'anni con uno svantaggioso e dispendioso controllo di due ricchissimi rami di attività, quelli delle manutenzioni stradali e dell'illuminazione pubblica. Dominus incontrastato nel regolare il flusso degli interessi fu Vito Ciancimino, ponendosi come punto di incrocio ufficiale e non ufficiale per i partiti di maggioranza e di opposizione.

Sono gli anni dei comitati d'affari su Palermo e chi ne trae vantaggio sono soprattutto la Cassma del conte Arturo Cassina e, successivamente, L'Icem dell'ingegnere Roberto Parisi, due ditte che, senza gare trasparenti si aggiudicano rispettivamente l'appalto delle fognature e quello dell'illuminazione. Ci vorranno le devastazioni degli anni Settanta per cominciare a invertire rotta solo a metà degli anni Ottanta, quando la verità sul municipio di Palermo non potrà più essere celata perché ormai hanno fatto la loro comparsa giudici di pasta diversa da quelli del passato. a cominciare dal procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, dal consigliere istruttore Rocco Chinnici e dal suo pupillo, Giovanni Falcone.

Contro la mafia


I giudici del pool antimafia squarciano il silenzio sui comitati d'affari, incriminano Ciancimino, crolla il sistema delle protezioni e s'insedia al Comune un prefetto nei panni di commissario straordinario.
A lui l'ingegnere Parisi si rivolge per chiudere con il passato ma la punizione non si fa attendere. L'omicidio chiude un'epoca e ne apre un'altra di terrore per molti imprenditori. Frattanto, comunque, anche le ditte controllate da Cassina vedono venire meno la manna del Comune che affida i vecchi appalti a nuove aziende.
In futuro il giudice Falcone scoprirà che anche sui nuovi appalti si proietta l'ombra di Ciancimino e, intanto, la vecchia guardia del potere comunale, sconvolta dal ruolo dirompente guadagnato da un giovane e agguerrito sindaco come Leoluca Orlando, non si rassegna al prepensionamento. Troncati i flussi sospetti o illegali di guadagno, i dipendenti delle due imprese dovrebbero essere trasferiti a quelle che vincono i nuovi appalti voluti da Orlando, all'epoca punta di diamante del "rinnovamento" dc. In effetti, le nuove imprese non possono rilevare una manodopera appesantita da assunzioni clientelari. Di qui una fase di acuta incertezza sul futuro di Palermo, una città percorsa da un brivido quando gli operai improvvisamente senza lavoro scendono in piazza alzando cartelli dal contenuto provocatorio: "Ciancimino sindaco" e "Viva la mafia" perché "con la mafia c'è lavoro".
Si inneggia cosi all'uomo che dai giudici di primo grado nel processo del '92 sarà indicato come un mafioso collegato all'alta mafia appunto quella di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, i due "corleonesi" ex luogotenenti di Luciano Liggio. Sono questi pugni nello stomaco a provocare una reazione in tutto il Paese e ad acccrescere una attenzione moltiplicata dall'esito del primo grande processo alla mafia incardinato dal pool di Antonino Caponneto sulle dichiarazioni di alcuni pentiti e, soprattutto, sul cosiddetto Teorema Buscetta per cui nulla accade in un determinato territorio se la Cupola, cioè il governo della mafia. non vuole.
Caponnetto prende il posto di Rocco Chinnici, coraggioso magistrato dilaniato da un'autobomba, e sfida la mafia facendo leva sui "delfini" dello stesso Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le vittime della terribile estate del '92 quando scatta la Grande vendetta di Cosa Nostra per azzerare la memoria storica del gruppo in guerra con la mafia. Un attacco con il quale si tenta di annullare le speranze accese con la stagione dei maxiprocessi. Il primo Grande Processo con le diciannove condanne all'ergastolo e i 2600 anni di carcere inflitti a 323 mafiosi dopo 349 udienze erano il primo passo verso il riscatto di una Sicilia offesa soprattutto dal massacro dei Dalla Chiesa del 3 settembre 1982, giorno in cui il cardinale Salvatore Pappalardo aveva paragonato Palermo a "Sagunto espugnata" e un cittadino anonimo aveva lasciato un cartello sul luogo del delitto: "Qui è morta la speranza dei palermitani onesti".
E stato lento, accidentato, soggetto ad alti e bassi, ma il cammino della speranza, spesso scoraggiato o soffocato, è andato avanti rinascendo ogni volta più forte e robusto, trasformandosi in un richiamo rivolto soprattutto alle giovani generazioni raggiunte da messaggi e spot antimafia perché sveglino le loro coscienze e quelle di chi hanno vicino. E questo l'obiettivo di vere e proprie campagne d'opinione contro la droga, contro la mafia. contro il sopruso, contro il racket nel commercio e nell'industria. Sempre più numerose le parole d'ordine veicolate attraverso adesivi incollati alle cabine telefoniche, nei gabinetti delle scuole, sui vetri degli scompartimenti ferroviari: "Chi tace acconsente", "Ora basta", "Falcone vive", "Meglio un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino". "Falcone made in Sicily".
La parola, l'informazione, lo scambio di idee sono stati sempre i veri nemici della mafia che, per governare, ha bisogno di silenzio. Molti sperano che tutto questo innesti davvero la rivolta morale contro una "piovra" intanto minacciata da uno Stato pronto ad attrezzarsi con un Fbi italiano, la Dia, e con la Superprocura. Candidato naturale, ma contrastato, alla direzione dell'ufficio di coordinamento delle indagini antimafia è Giovanni Falcone. Scattano anche polemiche astiose soffocate d'un colpo il 23 maggio 1992 quando, devastante, tuona l'apocalisse della mafia con seicento chili di tritolo piazzati sotto l'autostrada Palermo-Punta Raisi. Così uccidono l'uomo simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone, il giudice che muore con la moglie Francesca Morvillo e tre dei sette agenti di scorta.
La strage segue di due mesi l'omicidio dell'eurodeputato dc Salvo Lima e, sessanta giorni dopo. Il boato di un vero e proprio bombardamento esplode su una Palermo in ginocchio. Per uccidere il giudice Paolo Borsellino la mafia e chi se ne serve utilizza infatti un'autobomba piazzata in via D'Amelio, una strada dove fra quattro palazzi devastati, trenta macchine accartocciate e annerite, al centro di un orrendo e macabro scenario, restano maciullati, mutilati e bruciati i corpi del magistrato e dei cinque agenti di scorta, tra i quali Emanuela Loi, la prima donna poliziotto uccisa in un massacro mafioso.